Una ricerca in cammino

Rendere fertile il terreno

L’Ecologia Generativa nasce da una domanda: che cosa accade se smettiamo di pensare il cambiamento come qualcosa che qualcuno deve produrre sugli altri e iniziamo invece a creare condizioni nelle quali persone, relazioni e comunità possano sviluppare possibilità proprie?

L’idea non è decidere in anticipo che cosa debba nascere, ma creare condizioni abbastanza fertili perché possano emergere possibilità reali. Non si tratta di portare tutti verso la stessa forma, ma di permettere a differenze, tempi e direzioni diverse di trovare un modo di stare in relazione.

Il nome

Ecologia: oikos e logos

La parola ecologia porta con sé due antiche radici greche: oikos, la casa, la dimora, l’ambiente abitato, e logos, il discorso, il pensiero, la possibilità di comprendere.

L’etimologia non costituisce naturalmente una teoria. Eppure, nel corso di questa ricerca, il significato di oikos ha assunto per me una risonanza particolare. Sempre meno mi interessa pensare soltanto alla forma dell’oggetto e sempre più alle condizioni che rendono un luogo, una relazione o un’esperienza realmente abitabili.

Una casa non stabilisce chi debba diventare chi la abita. Offre però uno spazio, una protezione, delle aperture, delle possibilità di relazione. Allo stesso modo, un ambiente generativo non definisce in anticipo ciò che dovrà nascere: contribuisce a rendere possibile che qualcosa possa trovare una propria forma.

Ecologia Generativa può allora significare anche questo: pensare e creare le condizioni dell’abitare nelle quali la vita possa generare e generarsi.

È una coincidenza che ha acquistato per me un significato ulteriore attraverso Abitare la Luce: un progetto nato prima di questa elaborazione teorica, ma che già conteneva nel proprio titolo la domanda sull’abitare che oggi riconosco al centro della ricerca.

Tre principi

Generare senza possedere

01 · Creare condizioni

Nessuno può conoscere fino in fondo quale forma debba assumere la vita di un’altra persona. Possiamo però contribuire a creare contesti nei quali capacità, relazioni e possibilità trovino spazio.

02 · Custodire la libertà

Una proposta è realmente generativa solo se può essere accolta, trasformata, superata o rifiutata. La libertà dell’altro non è un ostacolo al processo: ne è una condizione.

03 · Lasciare aperto l’esito

Ciò che nasce può essere diverso da ciò che avevamo immaginato. Il valore di un processo non sta nel riprodurre l’intenzione di chi lo ha iniziato, ma nel rendere possibili sviluppi autonomi.

Un uso specifico del termine

Oltre l’opera generata

L’idea di generatività non è nuova nell’arte. Da tempo esistono pratiche nelle quali l’artista predispone regole, sistemi o condizioni iniziali e rinuncia a controllare completamente la forma finale dell’opera.

Il termine Ecologia Generativa viene utilizzato qui in un senso specifico e non come rivendicazione di un’invenzione terminologica. Ciò che mi interessa non è soltanto che l’opera possa generarsi attraverso un sistema, ma che l’opera stessa possa diventare parte di un sistema più ampio nel quale entrano persone, relazioni, luoghi, competenze, tempo e possibilità non previste.

Ciò che viene generato può quindi oltrepassare l’opera: un incontro può produrre una relazione; una competenza può trasformarsi in autonomia; chi ha imparato può iniziare a insegnare; un progetto può farne nascere un altro; un’esperienza artistica può aprire una ricerca che inizialmente non era nemmeno immaginabile.

Nell’arte generativa il sistema contribuisce a generare l’opera.

Nell’Ecologia Generativa l’opera può contribuire a generare un ambiente di possibilità.

Crescita

Ampliare lo spazio delle possibilità

Crescere non significa adeguarsi a un modello ideale, diventare più efficienti o cancellare ogni difficoltà. Spesso la crescita comincia quando diminuisce il potere di paure, automatismi, convinzioni e blocchi che restringono da tempo il nostro campo di possibilità.

Diventare più liberi significa poter scegliere dove prima reagivamo automaticamente, acquisire competenze che ritenevamo fuori dalla nostra portata, aprire relazioni diverse, riconoscere alternative che prima non riuscivamo a vedere.

L’Ecologia Generativa indica una direzione, non una destinazione.

Relazioni

Accordare, non uniformare

Nelle relazioni e nei progetti ci sono momenti in cui qualcosa risuona e altri in cui qualcosa stona. La dissonanza non è necessariamente un fallimento e non autorizza a giudicare l’altro.

Può essere un invito a osservare meglio, dialogare, verificare, attendere o cambiare qualcosa nella relazione. Accordare non significa rendere tutti uguali. Come in musica, persone differenti possono restare differenti e trovare comunque una relazione fertile.

Un ambiente vivo non è necessariamente un luogo senza conflitti, ma un luogo capace di renderli visibili e, quando possibile, attraversarli senza umiliazione e senza dominio.

L’intuizione apre il discernimento; non lo sostituisce.

Autonomia

Generare capacità di generare

Un ambiente generativo non costruisce dipendenza dal facilitatore, dall’artista, dall’insegnante o dal gruppo. Il suo risultato più interessante può essere proprio ciò che continua senza il suo iniziatore.

Una persona che acquisisce fiducia può iniziare a proporre. Chi apprende una competenza può trasmetterla. Un progetto può generarne un altro. Una relazione può aprire possibilità che nessuno aveva previsto.

Generare significa anche generare capacità di generare.

Reciprocità

Anche chi coltiva il terreno ne fa parte

Chi propone, coordina, accompagna o crea un contesto generativo non è esterno al processo. Viene a sua volta trasformato dalle persone, dagli incontri e dagli esiti inattesi.

Per questo un progetto che può esistere soltanto consumando progressivamente chi lo sostiene contiene una contraddizione. La cura comprende anche il rispetto dei limiti di chi si prende cura.

La ricerca artistica

Dalla luce nella scultura alla luce come spazio da abitare

La mia ricerca sulla luce non nasce da un interesse per la luce come semplice effetto visivo o come materiale da aggiungere all’opera. Arriva da un percorso più lungo, iniziato nella pittura e attraversato da domande sul rapporto tra presenza e assenza, materia e vuoto, interiorità e forma.

Nei primi lavori la materia pittorica cercava di dare corpo all’essere; progressivamente, però, la mia attenzione si è spostata verso ciò che non si lascia occupare completamente dalla materia: il vuoto, il movimento, la traccia, la presenza di qualcosa che emerge senza diventare pienamente oggetto.

Nel 2012 l’abbandono della materia pittorica e l’approdo all’intreccio metallico hanno segnato un passaggio decisivo. Il filo è diventato insieme segno, gesto e struttura, mentre il vuoto ha smesso di essere ciò che mancava alla forma per diventare parte attiva della scultura.

Nel 2013 nasce la mia prima scultura luminescente in filo di acciaio intrecciato a mano. Da quel momento la luce entra stabilmente nel mio linguaggio.

Ma già allora non mi interessava semplicemente illuminare una scultura. La luce diventava spazio, voce e respiro dell’opera: attraversava la trama metallica, modificava il rapporto tra presenza e sottrazione e rendeva instabile il confine tra materia e immateriale.

Per molti anni questa ricerca ha trovato la propria forma soprattutto nell’oggetto scultoreo. La domanda non era tanto “come posso usare la luce?”, quanto: “come può la scultura diventare luogo nel quale la luce acquista presenza?”

A un certo punto, però, anche questa forma ha cominciato a mostrarmi un limite. Per quanto la luce potesse trasformare la materia e lo spazio, ciò che restava alla fine era ancora soprattutto un oggetto da osservare, esporre e collocare.

BE KIND: l’opera comincia ad aprirsi

Con BE KIND qualcosa ha iniziato a cambiare. L’opera continuava ad avere una forma concreta e riconoscibile, ma il processo attraverso il quale prendeva vita cominciava ad acquistare un’importanza diversa.

Il fare insieme, la partecipazione, gli incontri e tutto ciò che accadeva intorno alla costruzione dell’opera non apparivano più soltanto come strumenti necessari per arrivare a un risultato. Cominciavano a essere parte di ciò che il lavoro rendeva possibile.

Abitare la Luce: la domanda cambia

Con Abitare la Luce questa trasformazione diventa ancora più evidente. Mi sono accorto che ciò che cercavo nella luce non riguardava più soltanto ciò che accadeva dentro la scultura, ma anche ciò che poteva accadere intorno alla scultura e durante il processo che la faceva nascere: incontri, partecipazione, apprendimento, cura, relazioni e possibilità inattese.

La ricerca non si è spostata dalla luce a qualcos’altro.

Si è allargata la domanda su che cosa la luce possa essere.

L’opera continua a essere concreta, materiale e necessaria, ma non coincide più necessariamente con il compimento del lavoro. Può diventare una soglia, un dispositivo di incontro, la traccia visibile di un processo più ampio e in parte invisibile.

È in questo passaggio che ha cominciato a delinearsi l’idea di Ecologia Generativa.

La domanda “come si scolpisce la luce?” non viene abbandonata, ma si trasforma: “che cosa significa creare condizioni nelle quali la luce possa essere abitata?”

La luce diventa così non soltanto una qualità dell’opera, ma l’immagine di uno spazio capace di rendere visibili possibilità, mettere in relazione differenze e permettere a qualcosa di nuovo di emergere.

Una domanda più profonda

Che cosa significa fiorire?

La pratica artistica ha progressivamente aperto una domanda che va oltre i singoli progetti: che cosa significa, per una persona, fiorire davvero?

Alcune esperienze di libertà, amore, verità, creatività, bontà, giustizia e relazione sembrano fare qualcosa di più che migliorare semplicemente il nostro benessere. Possono essere vissute come un avvicinamento a una condizione più piena e più autentica del nostro essere.

Una ricerca aperta alla dimensione spirituale

Questa domanda possiede per me anche una dimensione spirituale, ma non richiede che chi incontra i progetti condivida la stessa interpretazione.

La medesima esperienza può essere letta attraverso la spiritualità, la filosofia, la psicologia, una prospettiva umanistica oppure semplicemente come un’esperienza significativa della propria vita.

Personalmente, la ricerca mi sta portando a interrogarmi sulla possibilità che ciascuno di noi ecceda l’immagine che è riuscito a costruire di sé e che crescere significhi entrare progressivamente in maggiore consonanza con possibilità ancora non pienamente conosciute.

Fioritura

Sentirsi a casa

Non conosciamo fino in fondo ciò che possiamo diventare. L’immagine che abbiamo di noi nasce dalla nostra storia, dalle esperienze, dai racconti ricevuti e dalla capacità che abbiamo avuto, fino a quel momento, di comprenderci.

Eppure esistono trasformazioni nelle quali non abbiamo soltanto la sensazione di aver imparato qualcosa: sentiamo di esserci avvicinati a una condizione più vera, più libera e più nostra.

Fiorire non significa possedere finalmente una definizione di sé. Può significare vivere in crescente consonanza con possibilità di noi che ancora non conoscevamo.

A volte questa consonanza si lascia dire con un’immagine molto semplice: sentirsi a casa.

È anche per questo che oggi la radice oikos — casa, dimora — mi appare così significativa nel nome Ecologia Generativa.

Dalla ricerca alla pratica

Abitare la Luce

Abitare la Luce è uno dei passaggi decisivi di questa trasformazione della mia ricerca. Qui l’opera artistica non viene pensata soltanto come oggetto finale, ma come parte visibile di un processo più ampio, fatto di incontri, manualità, ascolto, partecipazione e trasformazioni che non possono essere interamente previste né esposte.

La luce diventa così qualcosa di più di un materiale o di un effetto visivo: è l’immagine di una condizione nella quale qualcosa che prima rimaneva invisibile può emergere.

In questo senso Abitare la Luce non rappresenta semplicemente un nuovo progetto all’interno della mia produzione. È uno dei luoghi nei quali sto imparando che cosa possa significare, artisticamente, costruire un’ecologia generativa.

Scopri Abitare la Luce

Ecologia Generativa

Non chiedere: «Quale forma devo dare alla vita?»
Chiedere: «Quali condizioni posso contribuire a creare perché la vita trovi la propria forma?»

L’Ecologia Generativa è oggi il nome di una ricerca artistica in corso. Non vuole concludere una teoria, ma rendere visibile una direzione: dall’opera come oggetto all’opera come possibilità, dalla forma imposta alla condizione fertile, dalla produzione di un risultato all’apertura di processi capaci di continuare oltre chi li ha iniziati.